Metti l’arte da parte

26 dicembre 2011 di Mario Nessun commento »

Una schermata di Tape Machine per Android su Samsung Galaxy S2

 

Durante le mie lezioni di musica registro molto, e sto incoraggiando i miei studenti a fare altrettanto a casa propria. Credo che archiviare in formato digitale le produzioni sonore sia utilissimo:

  • per far diventare consapevoli gli studenti dei propri limiti e dei propri punti di forza;
  • per documentare il percorso di apprendimento;
  • per consentire all’insegnante una valutazione più attendibile e serena.

Le registrazioni sono effettuate in vari modi:

  • computer equipaggiati con Audacity o GarageBand;
  • registratore digitale portatile su memoria flash;
  • applicazioni per smartphone.

Audacity è un software open-source e multipiattaforma che consente di registrare, modificare, elaborare e miscelare tracce sonore. L’interfaccia non è particolarmente raffinata, ma è semplice da usare. Per abilitare l’esportazione in formato MP3 è necessario installare un componente aggiuntivo, come illustrato nel video.

GarageBand è un software commerciale prodotto da Apple. Si propone come entry-level nel mondo delle workstation musicali digitali. Come accade quasi sempre per il marchio della mela morsicata offre molto, ma impone delle scelte di un certo peso. L’usabilità dell’interfaccia è ai massimi livelli, le funzioni sono estremamente sofisticate e sorprende la facilità con cui è possibile realizzare cose incredibili in pochi minuti. Purtroppo Apple chiede sempre qualcosa in cambio:

  • è compatibile solo con i Mac più recenti, niente Windows e Linux;
  • non è gratis né open-source; è incluso in tutti i nuovi computer Apple, ma gli aggiornamenti sono a pagamento;
  • le vecchie versioni del programma non sono in grado di leggere i file di progetto salvati con le versioni successive.
  • esporta in formato MP3 e AAC, ma non in formato MIDI.

Consiglio Audacity a tutti, senza riserve. Per GarageBand, invece, serve una valutazione caso per caso. Nella mia scuola, con computer Apple ovunque, GarageBand è molto usato, anche se la maggior parte degli studenti lamenta l’impossibilità di continuare a “giocarci” a casa propria.

I registratori digitali portatili sono generalmente economici e molto pratici nell’utilizzo sul campo. Per riversare le registrazioni è sufficiente collegarli ad una porta USB. Molti modelli hanno anche uno slot per schede di memoria, identiche a quelle utilizzate dalle fotocamere digitali. Fate attenzione ai formati di registrazione: il mio vecchio Olympus WS200S, ad esempio, salva file WMA (Windows Media Audio), che devo convertire ogni volta in altri formati (WAV per lavorarci, MP3 per l’archiviazione). Quasi tutti i registratori più moderni memorizzano direttamente in WAV e MP3, ma è sempre meglio verificarne le caratteristiche tecniche.

Esistono molte applicazioni che trasformano gli smartphone in registratori digitali. Nei due mondi fra cui sono attualmente sospeso (Android e iOS) la scelta è veramente ampia. Io ne ho provate molte, ma sicuramente mi può essere sfuggito qualcosa di importante. Già le applicazioni standard, fornite con tutti i dispositivi, consentono di acquisire e archiviare/condividere registrazioni sonore. Nel mio caso serviva qualcosa di più complesso. Sono abituato a lavorare sulle forme d’onda e intervengo sempre sui suoni registrati, almeno per rimuovere le parti indesiderate e regolare i volumi. iOS, in perfetto stile Apple, offre un’esperienza d’uso molto immediata e piacevole, ma cade miseramente quando si tratta di esportare i file, perché il sistema operativo non consente le cose più semplici e ovvie:

  • inviare tramite bluetooth;
  • salvare in una cartella;
  • scambiare file fra applicazioni diverse.

Anche su Android c’è una buona scelta di applicazioni audio, ma per numero e qualità media non sono ancora al livello di ciò che offre l’App Store Apple. Alla fine, dopo lunghe ricerche e molte prove, ho adottato “Tape Machine“, disponibile anche in versione Lite gratuita. Sul mio Galaxy S2 funziona benissimo e mi dà tutta la flessibilità di cui ho bisogno.

Educare nei media

11 dicembre 2011 di Mario Nessun commento »

Open Educational Resources: The Education Ecosystem Comes to Life © by opensourceway

 

Riprendo il discorso sul mio lavoro come insegnante di musica… parlando di media education.

La media education non ha uno spazio autonomo nei curricoli scolastici italiani, ma emerge nei traguardi e negli obiettivi di quasi tutte le discipline. Lo stesso David Buckingham propone un approccio trasversale, che orienti verso l’educazione ai media l’intero curricolo scolastico e anche le attività extrascolastiche.

Quali sono allora i punti di contatto fra il curricolo musicale nella scuola media e la media education? Le Indicazioni Nazionali per la musica, nei traguardi per lo sviluppo delle competenze, ci danno molti spunti in tal senso.

  • È in grado di ideare e realizzare [...] messaggi musicali e multimediali [...]
  • Sa dare significato alle proprie esperienze [...] 
  • Valuta in modo funzionale ed estetico ciò di cui fruisce [...] 
  • Integra con altri saperi e altre pratiche artistiche le proprie esperienze musicali, servendosi anche di appropriati codici e sistemi di codifica.
  • Orienta lo sviluppo delle proprie competenze musicali, nell’ottica della costruzione di un’identità [...]
Lo specifico musicale viene visto, quindi, come un mezzo per lo sviluppo di competenze personali e mediali più generali: fruizione consapevole, rielaborazione, creazione di messaggi originali, costruzione dell’identità.
D’altra parte basta ricordare quanto l’evoluzione dei media sia intrecciata con la storia delle culture e delle società per comprendere che, nella maggior parte dei casi, educazione in generale e media education sono la stessa cosa.
Credo che uno dei compiti principali della scuola di base sia offrire ai suoi studenti l’opportunità di essere protagonisti attivi e creativi della nuova cultura digitale. Hanno bisogno degli strumenti necessari a decodificare i linguaggi e a valutare criticamente i messaggi. Hanno anche bisogno di acquisire le abilità espressive richieste per trovare, strutturare e diffondere la propria voce nel mare affollato dello user generated content. Devono, infine, diventare architetti della propria identità, reale e virtuale.
Quale ambiente educativo integrato può essere all’altezza di un compito simile? Sicuramente la scuola da sola non basta, ma il suo ruolo resta centrale. Dovrebbe allestire percorsi flessibili e personalizzati, caratterizzati da:
  • regole chiare;
  • libero accesso alle risorse di rete:
  • mentoring da parte del docente;
  • community e peer-tutoring fra studenti.
Ogni attività didattica può essere progettata ispirandosi a questi principi. Nei prossimi giorni vedremo qualche esempio concreto.

Paura di Facebook

8 dicembre 2011 di Mario 2 commenti »

Facebook for Dummies, anyone? © by daveynin

Ho appena letto un post di qualche mese fa, intitolato “Why Teachers Are Terrified Of Facebook“. L’ho scoperto leggendo questo, grazie a una segnalazione di Emanuela Zibordi su Facebook (buffo, no?).

La circolare del preside di Savona mi sembra semplicemente stupida. Mi piace molto, invece, la frase della diciassettene Federica Cenci che è in contatto con i suoi professori su Facebook ”Perché non ho nulla da nascondere e poi mica racconto i fatti miei! I rapporti con i docenti possono migliorare, senza contare che la mia classe usa Facebook per fare lezione”.

Ecco il punto: per cosa usiamo Facebook? Che genere di contenuti pubblichiamo? Io niente di veramente personale, e se proprio devo usarlo per comunicazioni che non voglio condividere con studenti e conoscenti i sistemi ci sono: liste con privilegi differenziati, permessi sui singoli post e messaggistica privata. Gli insegnanti britannici sono spesso vittime di attacchi sui social network? Mi dispiace, ma credo che dovrebbero fermarsi a riflettere sulle cause di tutto ciò. Il blog di David Price, ad esempio, potrebbe essere un buon punto di partenza. Se poi molti di loro commettono anche l’ingenuità di condividere immagini imbarazzanti con chi se la dovrebbero prendere, se non con se stessi?

Credo che il problema sia sempre il solito: la rivoluzione digitale ci spiazza continuamente. Quasi mai gli adulti riescono a comprendere appieno i nuovi fenomeni e troppo spesso li giudicano in modo superficiale (basta leggere le opinioni citate nell’articolo di Repubblica). Non amo Facebook, ma mi sforzo di usarlo a mio vantaggio, senza subirlo. È uno strumento potentissimo (grazie soprattutto alla sua immensa base di utenti) ma anche difficile da dominare veramente, per la oggettiva complessità delle funzioni (che cambiano in continuazione) e per le sue imprevedibili conseguenze sulla vita personale e sociale di chi lo utilizza.

Essere amici su Facebook non ha nulla in comune con il concetto di amicizia che abbiamo interiorizzato negli anni noi adulti. È un fenomeno del tutto nuovo, con tante sfumature possibili, che va compreso con umiltà e senza pregiudizi.

Personalizzazione e tecnologie

7 dicembre 2011 di Mario Nessun commento »

© by aphotography2011

 

Nel post precedente ho gettato un sasso nello stagno. Mi sembra doveroso, a questo punto, riprendere il discorso scendendo nel concreto della didattica quotidiana.

Lo sviluppo della creatività è incompatibile con la standardizzazione. Tutti sappiamo quanto sia importante personalizzare i percorsi di apprendimento. Quando qualcuno ci parla di personalizzazione noi insegnanti di solito obiettiamo: “come posso personalizzare con così tanti studenti e così poco tempo a disposizione?”. Giusto. L’ideale sarebbe lavorare con piccoli gruppi, magari potendo contare stabilmente sulla compresenza di due insegnanti… ma questa è la scuola dei sogni. ;-)
Va anche detto che un gruppo troppo piccolo potrebbe far perdere quella ricchezza che viene proprio dall’unione di menti, caratteri ed esperienze differenti. Tutto sommato credo che classi di 20-25 studenti, disponendo dell’infrastruttura giusta, possano lavorare molto bene anche con un solo insegnante.

Per mia fortuna l’Istituto Comprensivo di Capena ospita una Cl@sse 2.0 che ha adottato il modello 1:1 computing, cioè un ambiente di apprendimento nel quale sia presente un’efficiente connessione a Internet e in cui ogni studente possa disporre di un computer personale. Anche le altre quattordici classi, seppure non a tempo pieno, hanno la possibilità di lavorare con una modalità simile. Attualmente insegno musica nella classe 2.0 e in altre tre classi.
Partiamo dall’orario: ho scelto di unire le due ore settimanali della disciplina perché in 60 minuti, che diventano 45 effettivi, sarebbe stato impossibile portare a termine il genere di attività che ho progettato. Purtroppo il rovescio della medaglia è che vedo gli studenti una volta alla settimana. Non solo: se per qualche motivo salta una lezione lo stacco diventa di due settimane. Un’altra problematica tipica delle lezioni di musica nasce dal conflitto fra esigenze apparentemente inconciliabili:

  • la gestione dell’intero gruppo-classe da parte del docente;
  • la presenza di competenze, gusti musicali e attitudini molto differenti fra gli studenti;
  • la valutazione, che deve essere necessariamente individuale, frequente e formativa.
Un uso integrato delle tecnologie digitali e della Rete può consentire la realizzazione di percorsi flessibili, in grado di conciliare queste e altre esigenze. Al centro di tutto, come spesso accade ormai in tanti settori, c’è un sito web, ma nel sistema che sto sperimentando confluiscono idee e tecnologie differenti, peraltro in continua evoluzione.
Le componenti essenziali del mio ambiente di apprendimento attuale sono:
  • una piattaforma online per la collaborazione, la condivisione e la pubblicazione dei materiali;
  • un pacchetto di software specifici in grado di supportare le attività didattiche;
  • l’hardware generico e specialistico necessario (computer, periferiche, strumenti e apparati per la produzione sonora).
A ciascuna di queste componenti dedicherò ampio spazio nel blog e nel laboratorio virtuale, ma prima di affrontare i dettagli tecnici sarà utile riflettere sull’impostazione metodologica del mio lavoro, alla quale sarà dedicato il prossimo post.

La scuola uccide la creatività?

27 novembre 2011 di Mario 3 commenti »

Ken Robinson aveva ragione?

Riascoltarlo (anche sottotitolato in italiano) stimola noi insegnanti a riflettere sulla scuola che offriamo ai nostri studenti. Stiamo davvero uccidendo la loro creatività?.

Supponiamo che sia vero. Probabilmente lo è, almeno in parte. Cosa dovremmo fare, allora? Quali cambiamenti sono necessari per liberarci una volta per tutte dal modello industriale ottocentesco che ha tenuto insieme le istituzioni scolastiche fino ad ora?

Nel suo secondo intervento del 2010 Robinson dice che l’educazione non va riformata, ma rivoluzionata. OK, ma nel frattempo dobbiamo fare i conti con una struttura organizzativa anacronistica e linee d’indirizzo a dir poco discutibili.

Personalizzazione, flessibilità, nuove tecnologie: su questi pilastri si dovrebbe fondare il nuovo corso delle istituzioni educative del ventunesimo secolo. Sono interconnessi, perché senza flessibilità organizzativa e senza le nuove tecnologie è impensabile personalizzare l’apprendimento con classi di 25-30 studenti, facendo lo slalom fra i tanti paletti imposti dalla burocrazia e dalla standardizzazione.

Resta ancora da vedere come realizzare tutto questo giorno per giorno. Domani, per esempio, ho lezione nella mia cl@sse 2.0.

E voi, cari colleghi, non vi sentite un po’ rivoluzionari? No, non ditemi che avete nostalgia della scuola di una volta…

Impres@scuola – un primo bilancio

20 novembre 2011 di Mario Nessun commento »

 

Ieri mattina siamo tornati alla Fiera di Genova. Mentre venivano smontati i padiglioni utilizzati per ABCD, nelle sale allestite al piano superiore sono proseguiti i seminari di Impres@scuola. Le aziende impegnate nel settore scolastico hanno presentato contenuti, servizi e prodotti hardware. I pacchetti proposti sono stati offerti gratuitamente alle Cl@ssi 2.0 e alle Scuole 2.0, una pattuglia d’avanguardia selezionata dal MIUR per sperimentare l’innovazione didattica supportata dalle tecnologie. Come ho già scritto nel blog e su Twitter l’offerta delle aziende è stata in parte deludente, ma non sono mancate proposte che mi piacerebbe sperimentare.

Contenuti
Ebook, video, oggetti interattivi pensati per la LIM, learning object autoistruttivi… c’era un po’ di tutto. La qualità mi è sembrata molto varia: accanto a prodotti moderni e ben confezionati ho visto cose vecchie, nell’impostazione pedagogica e nella veste editoriale. Un altro elemento critico è la quantità di risorse disponibili: veramente scarse, soprattutto se si escludono i cataloghi che attingono ad archivi multimediali datati e a buon mercato. L’impressione generale è che le energie impegnate nella realizzazione di contenuti di qualità siano ridotte al lumicino: poche le persone valide e preparate, pochi i soldi a disposizione. È vero che in Italia non c’è un gran mercato, ma se nessuno scommette sulla sua crescita investendo risorse per ampliare e migliorare l’offerta la situazione non cambierà mai.

Servizi
Piattaforme, piattaforme e ancora piattaforme. Troppe, troppo simili e in generale poco utili. Il web attuale offre già servizi innovativi e di ottima qualità. Molti specialisti dell’apprendimento hanno già abbandonato il concetto di piattaforma chiusa e autosufficiente per affidarsi al web 2.0. Dalle nostre parti, invece, si continuano a sfornare piattaforme. Apprezzo lo sforzo (anche se spesso si limita alla personalizzazione di progetti open source internazionali), ma non ne comprendo i reali benefici per docenti e studenti. Ha senso legare la propria istituzione scolastica ad un ambiente chiuso, che impone la propria curva di apprendimento e comporta il pagamento di un canone annuale? Non è più logico affidarsi ai servizi liberamente disponibili in Rete e, se necessario, integrarli con un CMS o LMS open source installato sul proprio spazio web? L’unica eccezione che mi viene in mente riguarda una particolare tipologia di piattaforme, che integra contenuti e servizi e si rivolge in modo specifico alla scuola di base. In questo caso, vista l’età degli studenti, potrebbe essere utile un prodotto realizzato ad hoc, orientato all’apprendimento, interamente in lingua italiana e ottimizzato per i piccoli navigatori.

Prodotti
Le LIM hanno dominato, anche visivamente, lo spazio espositivo. Ce n’erano tante, di ogni genere e prezzo: proiettori interattivi, lavagne fisse e mobili con varie tecnologie, schermi sensibili al tocco. Non sono un sostenitore della LIM in classe, ma visitando gli stand di ABCD ho rilevato due progressi importanti.

  1. L’evoluzione tecnologica è rapida: l’interfaccia hardware/software è sempre più efficiente e gratificante.
  2. Si va verso l’interoperabilità: un numero crescente di software di gestione delle lavagne sta adottando lo standard IWB e questa è un’ottima notizia, specialmente per le tante scuole che utilizzano prodotti di marche diverse.

Alcune delle aziende presenti a Impres@scuola hanno offerto l’uso gratuito per un anno scolastico (o la donazione) di attrezzature di vario genere: stampanti, proiettori, calcolatrici, penne interattive, document camera, strumenti musicali… In questo modo le scuole possono sperimentare a costo zero le tecnologie prima di deciderne l’acquisto.

Conclusioni
Devo riconoscere all’Ufficio V del MIUR le capacità e il coraggio di inventare un’iniziativa di questo genere. L’idea di mettere in comunicazione diretta scuola e impresa può dare ottimi frutti. Non si tratta di pretendere un regalo in cambio di un possibile futuro guadagno. I produttori hanno la necessità di raccogliere  indicazioni dagli educatori per poter offrire ciò di cui la scuola ha veramente bisogno. Gli insegnanti, da parte loro, dovranno imparare a prendere il controllo della situazione, senza delegare a nessun altro la responsabilità delle scelte educative. Il cammino è lungo, ma Impres@scuola sembra un passo nella direzione giusta.

ABCD – giorno 3

19 novembre 2011 di Mario Nessun commento »

ABCD ha chiuso i battenti, ma noi del MIUR resteremo qui al lavoro anche domani. Oggi sono iniziati i seminari di Impres@scuola: le aziende propongono contenuti, prodotti e servizi alle Cl@ssi 2.0, da sperimentare gratuitamente per un anno scolastico.

In molti casi, ma non sempre, si tratta delle stesse aziende presenti in fiera con il proprio stand. Come Telecom, che aveva catturato la mia attenzione con la piattaforma di social reading Society. Oggi ho visto gli altri prodotti e sono deluso: servizi per niente originali e visione pedagogica di stampo skinneriano hanno spento il timido entusiasmo di ieri.

Intel propone il modello 1:1 computing, basato su un particolare netbook pensato apposta per la scuola. Ha lo schermo ruotabile, sensibile al tocco e una struttura particolarmente robusta. In compenso processore e RAM sono piuttosto sottodimensionati.

Molte le document camera presenti. Tutto sommato un prodotto semplice e non troppo costoso che può tornare utile in tanti situazioni di dattiche.

Giunti offre alle Cl@ssi 2.0 pacchetti di ebook da utilizzare gratuitamente, in formato ePub. Belli e apparentemente validi dal punto di vista didattico i contenuti realizzati per la LIM e i grandi schermi in genere. Anch’essi saranno messi a disposizione delle Cl@ssi 2.0 che li richiederanno.

Casio ci ha proposto in comodato gratuito la sua linea di calcolatrici, dizionari, proiettori e, soprattutto, tastiere musicali. Ho qualche dubbio sull’interesse delle scuole per calcolatrici e dizionari elettronici, mentre ho trovato interessanti le tastiere di ultima generazione, dotate di interfaccia midi anche a partire da modelli relativamente economici. Potrebbero completare alla perfezione i MacBook della nostra Cl@sse 2.0, durante le mie lezioni sulla musica digitale.

Domattina gli ultimi seminari e la selezione definitiva dei prodotti da richiedere alle aziende. Per un bilancio di questi quattro giorni… meglio aspettare che siano veramente finiti.

 

ABCD – giorno 2

18 novembre 2011 di Mario Nessun commento »

La mia seconda giornata ad ABCD Genova 2011 si è aperta con la conferenza plenaria Eminent. Due interventi mi hanno dato spunti particolarmente interessanti.

Nel primo Riina Vuorikari ha presentato i risultati di una ricerca svolta all’interno del progetto pilota “Introducing Netbook Pedagogies in Schools“. A quanto pare gli studenti, avendo in dotazione a casa e a scuola il proprio learning device, acquisiscono rapidamente una spiccata autonomia nell’apprendimento. Spesso e volentieri le attività più significative si svolgono al di fuori dell’ambiente scolastico e nascono dalla libera iniziativa degli studenti stessi. Vuorikari, prendendo a prestito un termine musicale, vede il docente come un orchestratore di attività didattiche. Mi sembra una scelta felice, perché rende l’idea di un processo che viene progettato con cura artigianale, ma si sviluppa in modo potenzialmente imprevedibile e intrinsecamente creativo.

Bruce Dixon, fondatore e presidente della Anytime, Anywhere Learning Foundation, ha proseguito idealmente il discorso disegnando scenari molto realistici e dettagliati per la diffusione a livello di sistema del modello 1:1 computing. Anche qui grande enfasi sull’apprendimento informale e sulla ridefinizione del ruolo dell’educatore. Per Dixon deve essere un

  • curator;
  • learning analyst;
  • connector;
  • content specialist.
Da mettere in evidenza, specialmente per noi italiani che identifichiamo troppo spesso l’innovazione con l’acquisto di nuove attrezzature, la complessità e il dettaglio dei progetti presentati da Dixon. Non basta comprare 25 netbook per cambiare il modo di lavorare dei docenti e il modo di apprendere degli studenti. È necessario un piano realistico, completo, integrato, coerente.
Molto bello anche l’esempio portato in seguito da una Cl@sse 2.0 di Asti. I ragazzi, colpiti dallo stile di un video realizzato da un insegnante, hanno deciso di realizzarne uno da soli, con ottimi risultati. L’ispirazione comunicativa e artistica può moltiplicare l’effetto modellamento, stimolando al tempo stesso la creatività personale. L’insegnante, in questo caso, recupera un ruolo antico: quello del maestro (artigiano, artista, musicista…) che si offre come modello ai suoi apprendisti senza mortificarne la personalità ma, anzi, stimolando lo sviluppo del proprio stile personale.
Nel pomeriggio ho trascorso un bel po’ di tempo allo stand Telecom per provare Society, una nuova piattaforma integrata di social reading che utilizza il web e le applicazioni mobili con una particolare attenzione per la didattica. Si tratta per ora di un prototipo che ha bisogno di essere sviluppato e “ripulito”, ma le premesse sono valide. Le app coprono le due piattaforme mobili del momento, Android e iOS, ma non sono ancora perfettamente allineate. Un valore aggiunto notevole potrebbe arrivare dall’integrazione con altri servizi che la stessa Telecom sta portando avanti in parallelo. Ne scriverò domani, dopo averli visti da vicino.

ABCD – giorno 1

17 novembre 2011 di Mario Nessun commento »

Scrivo da Genova dopo aver partecipato alla giornata inaugurale di ABCD. Sono qui, su invito del MIUR, per la conferenza Eminent e, soprattutto, per una iniziativa chiamata Impres@scuola. Nei prossimi giorni incontrerò le aziende interessate ad offrire gratuitamente tecnologie agli Istituti coinvolti nel progetto Cl@ssi 2.0.
Oggi ho potuto fare una prima passeggiata fra gli stand e non ho visto niente di particolarmente innovativo. Mi ha colpito il gran numero di LIM presenti ovunque. L’evoluzione tecnologica, in questo settore, è abbastanza rapida, ma resto scettico sul rapporto costi – benefici e sull’opportunità di spendere così tanti soldi per una lavagna.

La certificazione EPICT, invece, sembra uno sforzo nella direzione giusta: fornire un quadro di competenze di riferimento e un sistema di certificazione per gli educatori del XXI secolo. Il breve workshop al quale ero iscritto non mi ha fornito indicazioni sufficienti per dare un giudizio circostanziato. La prima impressione è che sia molto difficile codificare  in un syllabus le competenze complesse e in continua evoluzione che sono richieste per svolgere degnamente il ruolo di insegnante nella società della conoscenza. Sicuramente i corsi EPICT possono dare una forte spinta verso l’innovazione didattica e intervengono proprio alla radice del problema: la cultura pedagogica e mediale dei docenti. Certo, il legame stretto con ECDL non mi fa impazzire, ma la questione merita ulteriori approfondimenti.

Domani, fra impegni istituzionali e presentazioni di prodotti, è in programma una tavola rotonda sul tema “Teacher new role and impact on student ways of learning in 1:1 approaches”. Sono molto interessato, perché la nostra Cl@sse 2.0 è ormai un ambiente di apprendimento 1:1, dove ogni studente ha a disposizione il proprio computer e la relativa infrastruttura di supporto. Invierò aggiornamenti in tempo reale su Twitter e un post di riepilogo in serata.
Rimanete in contatto ;-)

Vivere attraverso i social media?

8 novembre 2011 di Mario Nessun commento »

Louis C.K., con la sua divertente critica dei social media, ci costringe a riflettere. Non ha tutti i torti: tempo a disposizione e capacità di attenzione sono sempre limitati; l’impegno richiesto dall’uso costante di strumenti come Twitter e Facebook non può che distoglierci dal godere appieno dell’esperienza vissuta in prima persona.

Proprio ieri, mentre mio figlio saliva in pedana per la sua prima gara di scherma, io armeggiavo con il telefonino per inviare una foto dell’evento su Facebook. Poi mi sono imbarcato nell’immancabile videoregistrazione integrale degli assalti, con relativa visione “mediata” di un fatto che avrebbe dovuto coinvolgermi in prima persona…

Ho spento tutto, messo in tasca lo smartphone e iniziato a fare il tifo per Lorenzo.