Durante le mie lezioni di musica registro molto, e sto incoraggiando i miei studenti a fare altrettanto a casa propria. Credo che archiviare in formato digitale le produzioni sonore sia utilissimo:
- per far diventare consapevoli gli studenti dei propri limiti e dei propri punti di forza;
- per documentare il percorso di apprendimento;
- per consentire all’insegnante una valutazione più attendibile e serena.
Le registrazioni sono effettuate in vari modi:
- computer equipaggiati con Audacity o GarageBand;
- registratore digitale portatile su memoria flash;
- applicazioni per smartphone.
Audacity è un software open-source e multipiattaforma che consente di registrare, modificare, elaborare e miscelare tracce sonore. L’interfaccia non è particolarmente raffinata, ma è semplice da usare. Per abilitare l’esportazione in formato MP3 è necessario installare un componente aggiuntivo, come illustrato nel video.
GarageBand è un software commerciale prodotto da Apple. Si propone come entry-level nel mondo delle workstation musicali digitali. Come accade quasi sempre per il marchio della mela morsicata offre molto, ma impone delle scelte di un certo peso. L’usabilità dell’interfaccia è ai massimi livelli, le funzioni sono estremamente sofisticate e sorprende la facilità con cui è possibile realizzare cose incredibili in pochi minuti. Purtroppo Apple chiede sempre qualcosa in cambio:
- è compatibile solo con i Mac più recenti, niente Windows e Linux;
- non è gratis né open-source; è incluso in tutti i nuovi computer Apple, ma gli aggiornamenti sono a pagamento;
- le vecchie versioni del programma non sono in grado di leggere i file di progetto salvati con le versioni successive.
- esporta in formato MP3 e AAC, ma non in formato MIDI.
Consiglio Audacity a tutti, senza riserve. Per GarageBand, invece, serve una valutazione caso per caso. Nella mia scuola, con computer Apple ovunque, GarageBand è molto usato, anche se la maggior parte degli studenti lamenta l’impossibilità di continuare a “giocarci” a casa propria.
I registratori digitali portatili sono generalmente economici e molto pratici nell’utilizzo sul campo. Per riversare le registrazioni è sufficiente collegarli ad una porta USB. Molti modelli hanno anche uno slot per schede di memoria, identiche a quelle utilizzate dalle fotocamere digitali. Fate attenzione ai formati di registrazione: il mio vecchio Olympus WS200S, ad esempio, salva file WMA (Windows Media Audio), che devo convertire ogni volta in altri formati (WAV per lavorarci, MP3 per l’archiviazione). Quasi tutti i registratori più moderni memorizzano direttamente in WAV e MP3, ma è sempre meglio verificarne le caratteristiche tecniche.
Esistono molte applicazioni che trasformano gli smartphone in registratori digitali. Nei due mondi fra cui sono attualmente sospeso (Android e iOS) la scelta è veramente ampia. Io ne ho provate molte, ma sicuramente mi può essere sfuggito qualcosa di importante. Già le applicazioni standard, fornite con tutti i dispositivi, consentono di acquisire e archiviare/condividere registrazioni sonore. Nel mio caso serviva qualcosa di più complesso. Sono abituato a lavorare sulle forme d’onda e intervengo sempre sui suoni registrati, almeno per rimuovere le parti indesiderate e regolare i volumi. iOS, in perfetto stile Apple, offre un’esperienza d’uso molto immediata e piacevole, ma cade miseramente quando si tratta di esportare i file, perché il sistema operativo non consente le cose più semplici e ovvie:
- inviare tramite bluetooth;
- salvare in una cartella;
- scambiare file fra applicazioni diverse.
Anche su Android c’è una buona scelta di applicazioni audio, ma per numero e qualità media non sono ancora al livello di ciò che offre l’App Store Apple. Alla fine, dopo lunghe ricerche e molte prove, ho adottato “Tape Machine“, disponibile anche in versione Lite gratuita. Sul mio Galaxy S2 funziona benissimo e mi dà tutta la flessibilità di cui ho bisogno.












