L’abbaglio di Casati

Roberto Casati è riuscito nell’impresa di concentrare un gran numero di (vecchi) luoghi comuni in una paginetta agile e gradevole. L’articolo scorre via liscio, sviluppando con la consueta efficacia ed eleganza la visione di una scuola che presto potrà fare a meno degli insegnanti (quelli veri, non i “facilitatori”) e delle competenze (degli insegnanti, non degli studenti).

Quella del “tecnico di classe, dalla formazione altrettanto leggera di quella che dovrebbe impartire” è un’immagine bellissima, completata più avanti dagli alunni che “dovranno soltanto saper premere qualche bottone”. E la webcam messa lì per consentire al genitore in pausa caffè di spiare il “momento a caso” di vita scolastica? Capolavoro, ben preparato dal riferimento alle verifiche continue cui sarà sottoposto l’insegnante (atto notoriamente sacrilego).

Peccato per il finale un po’ debole. Non che sia tutto da buttare. L’affermazione “i nuovi saperi da insegnare non ci sono proprio” denota una impermeabilità alla ormai vasta letteratura sulle competenze del ventunesimo secolo che, in un uomo di cultura come Casati, incute rispetto (e un certo timore). È la citazione di LeCun che proprio non funziona: parole di buon senso da parte di una mente brillante che lavora per il nemico, appena stemperate dalla confusione fra “saperi che non invecchiano” e “vecchi saperi” (ah, la matematica e la fisica di una volta, esatte e immutabili…).

Una bella lettura, quindi, da consigliare a tutti coloro che si stanno impegnando per rinnovare la scuola, riportandola al centro della società prima che venga definitivamente condannata all’irrilevanza. In mezzo a mille difficoltà ogni tanto una bella risata ci vuole proprio.