Falsi miti sulla scuola digitale

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Giorgio Mascitelli nel suo articolo su alfapiù, pur sforzandosi di affrontare in modo critico il discorso sulla scuola, cede alle tentazioni del luogo comune e sembra tradire un approccio frettoloso alla questione.

Butto giù una lista delle inesattezze più evidenti:

  • le recenti riforme sarebbero motivate dalla necessità di andare incontro a studenti «non più in grado di sopportare l’insegnamento tradizionale»;
  • le stesse riforme tenderebbero a tagliare i contenuti «utili a sviluppare una visione critica delle cose» e alla «sostanziale eliminazione del ruolo dell’insegnante nella trasmissione di contenuti che dovrebbero essere prodotti autonomamente tramite la rete»;
  • l’informatica sarebbe promossa come «strumento didattico unico»;
  • prevarrebbe un’ideologia basata sulla «credenza che l’innovazione della didattica coincida con il monopolio dell’informatica a scuola»;
  • si getterebbe discredito sugli insegnanti «che sarebbero incapaci di spiegare e andrebbero sostituiti da software didattico».

Nessuna di queste affermazioni è verificabile nei testi principali usciti nel 2015 (legge 107, PNSD) e nell’azione di coordinamento e indirizzo degli organi di governo della scuola.

Nella lista ho evidenziato in corsivo i termini che dimostrano la lontananza dell’autore dall’ispirazione culturale e dai modelli pedagogici che ispirano ormai da tempo l’azione dei professionisti dell’educazione. Trasmissione dei contenuti e “spiegazione” non sono più al centro della progettazione didattica da decenni. Il nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale, in perfetta coerenza con le indicazioni nazionali e con le raccomandazioni europee, fornisce soluzioni, strumenti e risorse funzionali ad un rinnovamento complessivo della scuola italiana.

Qualche esempio di cose che accadono già e vengono potenziate dal PNSD e da altri recenti interventi normativi: la didattica attiva e laboratoriale (collegata alla riprogettazione degli ambienti di apprendimento), il nuovo ruolo (ancora più centrale e creativo) del docente-facilitatore, il crescente protagonismo degli studenti, il lavoro sulle competenze di cittadinanza e sull’approccio critico ai nuovi media, l’apertura della scuola alla società, al mondo del lavoro e della ricerca, alle esperienze non formali e informali .

Leggendo con attenzione il Piano Nazionale Scuola Digitale e i bandi collegati alle prime azioni già avviate non si può non riconoscere che la tecnologia viene sempre considerata uno strumento abilitante (certamente non l’unico) all’interno di un progetto educativo organico e coerente. Cito da pagina 7 del Piano:

Parlare solo di digitalizzazione, nonostante certi ritardi, non è più sufficiente. Perché rischierebbe di concentrare i nostri sforzi sulla dimensione tecnologica invece che su quella epistemologica e culturale.

Questo Piano non è un semplice dispiegamento di tecnologia: nessun passaggio educativo può infatti prescindere da un’interazione intensiva docente- discente e la tecnologia non può distrarsi da questo fondamentale “rapporto umano”. L’OCSE lo ha ricordato recentemente.

Proseguendo con la lettura fino in fondo, a pagina 137, io tracce di soluzionismo non ne trovo, ma forse mi è sfuggito qualcosa.

Mascitelli associa anche il PNSD ad un presunto intervento pubblico a supporto delle aziende operanti nel mercato dei prodotti digitali. Credo che questo aspetto meriti un maggiore approfondimento. Di sicuro l’investimento previsto è ingente (più di un miliardo di euro in cinque anni), la ricaduta sulle imprese sarà significativa e servirà un’impegno costante, per gestire in modo saggio le risorse e per monitorare i processi. Più i docenti e i dirigenti saranno competenti e culturalmente preparati, meno spazi si apriranno per chi punta a guadagnare offrendo prodotti e servizi scadenti e di scarsa utilità. Anche in questo le recenti iniziative del MIUR appaiono chiare e coerenti: un forte impegno nella formazione del personale e finanziamenti legati alla progettualità degli Istituti, non alla volontà precostituita di comprare questa o quella tecnologia.

Non vorrei sembrare ingenuo, lavoro nella scuola da venticinque anni e comprendo le preoccupazioni di tanti colleghi. La legge 107 e il PNSD non sono perfetti, ovviamente si possono criticare, ma prima vanno letti.