Editing di immagini in Drive

Pochi giorni fa Google ha introdotto l’editing delle immagini nei Disegni e nelle Presentazioni di Drive. Le funzioni, come al solito, sono essenziali, semplici da usare e per certi versi originali.

Cliccando su un’immagine appare nella barra un set specifico di pulsanti:

Schermata 2014-03-30 alle 17.32.18

In realtà non c’è quasi nulla di nuovo. Gli sviluppatori di Google hanno pensato di applicare alle immagini importate alcuni dei comandi già disponibili nel programma: bordi e forme. Senza complicare minimamente l’interfaccia, quindi, ora è possibile:

  • ritagliare l’immagine;
  • aggiungere bordi, scegliendone forma, dimensioni e colore;
  • applicare maschere, utilizzando le stesse forme disponibili per il disegno.

Schermata 2014-03-30 alle 17.50.50

Un altro piccolo passo nella direzione giusta.

Motivazione e apprendimento

Sempre interessanti gli articoli di David Price. In questo l’autore smonta tre miti del cosiddetto student engagement:

  1. spesso i ragazzi sembrano motivati, ma stanno fingendo (quanti sguardi fissi sulla cattedra nascondono ben altri pensieri?)
  2. buoni risultati nei test non sono indice di motivazione (tantomeno di un apprendimento efficace e significativo dentro le mura scolastiche)
  3. se gli studenti si divertono non vuol dire che siano realmente coinvolti nelle attività (non basta essere docenti brillanti e carismatici se la progettazione è carente).

Più avanti David mette in fila tre principi di buon learning design, presi in prestito da un filosofo e pedagogista indiano:

  1. niente può essere insegnato
    devono essere gli studenti a scegliere
  2. bisogna tener conto delle specificità di una mente in formazione
    le attività devono essere percepite come significative
  3. lavora dal vicino al distante
    il docente deve partire dalla realtà quotidiana degli studenti, ma poi deve stimolarli ad allargare progressivamente l’orizzonte fuori dalla loro comfort zone.

L’articolo si chiude con un paio di domande: ” Possiamo diventare progettisti dell’apprendimento piuttosto che dispensatori di schede di lavoro? Possiamo creare opportunità di apprendimento che siano in grado, contemporaneamente, di ispirare, sfidare e approfondire la predisposizione naturale ad apprendere degli studenti?”

Ecco, di questo dovremmo parlare, molto prima di chiederci se sia il caso di acquistare LIM, tablet, computer o proiettori. E anche il dibattito, oggi di grande attualità, sul libro di testo digitale, finisce inevitabilmente sullo sfondo quando si mettono in primo piano le finalità educative e la scelta delle migliori strategie didattiche.

Trova la differenza

Guardate queste due pagine web:

Simili, vero? Facendo formazione sulle Google Apps mi sto accorgendo di una cosa. Quando una persona apre Chrome e si trova davanti la prima pagina, regolarmente la scambia per la seconda. Risultato: tutti o quasi accedono a Chrome, prima di accedere a Google. E non è una differenza da poco, perché accedendo a Chrome si associa il programma di navigazione, non un singolo sito, al nostro account personale.

Non che non sia comodo sincronizzare i segnalibri, le password, le ricerche, la cronologia e chissà quante altre cose di cui neanche di accorgiamo. Il punto è un altro: lo dobbiamo scegliere noi, consapevoli del fatto che ciò comporta il monitoraggio da parte di Google di tutto ciò che facciamo nel web. Non deve accadere quasi di nascosto, contando sulla nostra distrazione.

Era così complicato differenziare meglio graficamente le due pagine? A guardar bene sembra che qualcuno si sia ingegnato non poco, ma per fare esattamente il contrario.

Gmail Plus

In questi giorni Google sta attivando un’integrazione più stretta fra Gmail e Plus, che consente di inviare messaggi anche a utenti di cui non si conosce l’indirizzo.

Tramite una nuova impostazione di Gmail è possibile stabilire chi è autorizzato a contattarci.

Ci sono tre possibilità:

  • chiunque;
  • cerchie estese (cioè amici e amici degli amici);
  • cerchie;
  • nessuno.

 

Ovviamente il default è “Chiunque”.

Google Drive e gruppi di lavoro

gruppiDrive

Uno dei miei venticinque lettori mi ha chiesto di raccontare com’è andata a finire la storia dei permessi in Google Drive. Come mi succede spesso, sommerso da altre faccende, ho trascurato il blog per un po’ di tempo. Male, perché ci sono alcuni fili che sarebbe un peccato interrompere.

Partiamo subito con la questione dei permessi in Google Drive. Nel mio messaggio del 10 gennaio 2013 annunciavo l’utilizzo dei Gruppi per semplificare la gestione di file e cartelle condivise. Fatto, con grande soddisfazione. Dopo una prima fase sperimentale, che è coincisa con il secondo quadrimestre dello scorso anno scolastico, a settembre ho adottato  i Gruppi per organizzare le categorie di utenti, tutti i Consigli di Classe della Scuola Secondaria, le commissioni delle Funzioni Strumentali e (in queste ultime settimane) anche le classi che stanno iniziando a lavorare in piattaforma.

Ora condivido le cartelle principali di Google Drive con i gruppi, che si aggiornano automaticamente sull’intera piattaforma quando ne modifico la composizione, aggiungendo o rimuovendo gli utenti che ne fanno parte. Trovo molto utile la possibilità di creare gruppi che ne contengono altri. Ad esempio, io faccio parte del gruppo “Docenti Secondaria” che, insieme a “Docenti Infanzia” e “Docenti Primaria” forma il gruppo “Docenti”. Se condivido una cartella con “Docenti” (o invio un messaggio al relativo indirizzo email) coinvolgo tutti e tre i gradi automaticamente.

Anche il turnover degli insegnanti non è più un problema. Se un docente lascia la mia scuola sospendo il suo account, senza eliminarlo. In questo modo potrà ritrovare tutto come lo ha lasciato quando, eventualmente, tornerà a lavorare con noi. Ogni nuovo docente viene associato ai gruppi che lo riguardano, acquisendo all’istante tutti i permessi di cui ha bisogno.

Non sempre è semplice star dietro a tutte le funzioni di cui dispone un amministratore Google Apps, ma la qualità dei risultati compensa ampiamente lo sforzo necessario.
A presto (promesso) con un altro filo da riannodare.

Esami merce deperibile

Qualche giorno fa ho portato a termine gli esami per la certificazione “Qualificato Google Apps“. Si tratta di una serie di test che hanno lo scopo di verificare la conoscenza approfondita delle principali applicazioni e della console di amministrazione del pacchetto Google.

La qualifica ha una durata di 12 mesi. Gli esami che ho sostenuto erano stati appena aggiornati, ma alcuni quesiti erano già obsoleti. Il mondo delle applicazioni cloud non è proprio l’ideale per chi ha bisogno di certezze e stabilità.

Come ha osservato qualcuno già qualche anno fa (p. 63), forse è giunto il momento di recuperare in parte l’istinto del cacciatore, abituandosi a scansionare continuamente un ambiente complesso e mutevole. L’atteggiamento tipico dell’agricoltore, che ha bisogno di attenzione persistente, focalizzata e sequenziale, non basta più.

Web Literacy Standard 1.0

Mozilla Foundation ha portato a termine la fase iniziale di sviluppo del Web Literacy Standard. La versione 1.0 del nuovo standard , presentata ufficialmente il 27 ottobre a Londra, è ora ospitata dal sito webmaker.org. Proprio oggi ho tradotto in italiano le ultime stringhe del testo originale in inglese. Il lavoro è stato più rapido del previsto, grazie al contributo determinante di un altro volontario.  Speriamo di veder comparire presto la lingua italiana fra quelle disponibili. Nel frattempo c’è da tradurre ancora buona parte del sito webmaker.org.

Tutti sono invitati a collaborare.

Smontano il giocattolo

Il distretto scolastico di Los Angeles ha deciso di indebitarsi per i prossimi 25 anni pur di fornire un iPad a ciascuno dei suoi studenti. A quanto pare l’iniziativa è stata progettata male e gestita peggio. La spesa per ogni studente sarebbe di quasi 700 dollari, mentre la formazione per i docenti è durata solo tre giorni. Un altro disastro provocato dall’idea folle di buttare nelle aule dispositivi tecnologici scelti in qualche stanza dei bottoni, immaginando un effetto cavallo di troia sulla qualità della didattica e degli apprendimenti.
Le ingenue misure di sicurezza per impedire utilizzi non autorizzati sono state aggirate in un batter d’occhio, costringendo lo staff a una precipitosa e ingloriosa retromarcia, con la richiesta di riportare a scuola i dispositivi (in molti casi stanno ancora aspettando).
Fa sorridere la pretesa di imporre ai ragazzi un uso conforme dei dispositivi. Era evidente che avrebbero provato a smontarlo, il giocattolo. Noi adulti, alla loro età e al loro posto, cosa avremmo fatto?

Gli Stati Uniti fanno le cose in grande, niente da dire. Noi italiani, nel nostro piccolo, ci abbiamo pure provato a fare un bel botto con il piano LIM, ma loro sono insuperabili, anche nei fallimenti.

Il feudalesimo digitale non esiste

Ho appena letto, nell’ultimo numero di Alfabeta2, un articolo di Giuseppe Dino Baldi intitolato “Il tempo delle scelte – La didattica e i feudatari del web”.
L’autore parte da una critica, sacrosanta, a certi piani ministeriali che si sono limitati a buttare nelle classi qualche milione di euro di apparati tecnologici.
Prosegue, in modo meno convincente, affermando che

«L’ingresso del digitale, come di tutto il resto, deve essere subordinato a un progetto, al fondo del quale ci sarà la trasmissione e preservazione del paradigma culturale che ci rende quello che siamo (una tradizione, dunque), e anche, nei casi migliori, l’educazione a un dialogo critico con la tradizione e con il mondo»

Chiude mettendo in guardia il mondo della scuola contro i “feudatari del web” (Apple, Google, Microsoft, Amazon ecc.), che metterebbero in mano a docenti, studenti e famiglie un filo di Arianna capace di portarli in un labirinto dove sarebbero ridotti a semplici consumatori all’interno di un sistema chiuso.
Non  vorrei che la lettura dell’articolo, al di là delle stesse intenzioni dell’autore, finisse per fornire l’ennesimo alibi a chi preferisce lasciar fuori la tecnologia dalle aule scolastiche.

Io penso esattamente il contrario. Il paragone con il feudalesimo, nell’era digitale, non sta in piedi. Non esistono piattaforme chiuse o limitazioni artificiose alla libera circolazione dei contenuti che non possano essere aggirate con un minimo di competenza tecnologica. Una scuola che vuol essere baluardo del sapere tradizionale contro l’imbarbarimento della società digitale, spazio protetto dove scoprire o riscoprire il valore di pratiche culturali in via di estinzione, rischia di ottenere l’effetto opposto. I ragazzi, appena varcato il sacro cancello dopo le lezioni, accenderebbero gli smartphone entrando in un altro mondo (il loro mondo), senza gli strumenti culturali necessari per viverlo consapevolmente.
Nella mia scuola ideale insegnanti e studenti usano le tecnologie con naturalezza e spirito critico. Sfruttano i servizi gratuiti di Google e si divertono a far lezione con gli iPad. Imparano ad essere creativi nel web con Mozilla e costruiscono la propria vita digitale senza paura, perché anche le più raffinate strategie commerciali nulla possono contro un cittadino competente e consapevole dei propri diritti.

Battaglia sull’ufficio mobile

Apple ha deciso di regalare a chi acquista un nuovo dispositivo iOS le sue app mobili Pages, Numbers e Keynote.
Contromossa immediata di Google, che adesso regala Quickoffice a tutti e mette sul piatto anche 10 GB di spazio aggiuntivo per due anni.

Chi offre di più?

Ben venga la concorrenza. C’è ancora molto da fare prima di riuscire a sostituire del tutto il notebook con il tablet.

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